Un divertente spaccato della vita musicale napoletana ci è stato riportato da Giuseppe Sigismondo (1739–1826), nelle sue memore recentemente pubblicate dalla SEDM.
In un passaggio del suo diario, Sigismondo ci racconta di una baruffa capitata durante un intrattenimento musicale privato che vide come protagonisti il castrato Mazzanti ed il nostro Emanuele Barbella, il compositore Sei Duetti a Due Viole.
 

Pietro Fabris (1740-1792) – Un concerto privato a Napoli, 1771

“Mazzanti fu uno degli allievi del Nucci che rese onore e gloria al maestro. Egli suonava perfettamente il cembalo, il violino, la viola. Componeva duo, trii, quartetti, per cui un giorno la settimana si esercitava anche quando era scritturato qui in Napoli con 2 violini e violoncello, suonando egli stesso la viola, e godeva con tai professori di rivangare le sue produzioni. I professori erano da primo violino don Carlo Camarino, da secondo Emmanuele Barbella, da violoncello Domenico Francescone.
Costoro univansi alle dieci della mattina, si prendeva il caffé, poscia si suonava sino all’una o alle due dopo il mezzodì, indi un buon pranzo per tutta la compagnia tanto di esecutori che di uditori, e terminava nell’inverno con caffé e rosolio, nella estate con un gelato. […]
Una mattina di accademia io vado il primo a presentarmi a Mazzanti per fargli osservare una cantata fatta pel giorno onomastico della signora donna Rosa, moglie del celebre cavalier Nolli, composta dal rinomato poeta l’abbate Giuseppe Passeri, per cantarsi dal Mazzanti, e da me posta in musica; or mentre stavamo di ciò ragionando, ecco sopraggiunge Barbella che entrando in discorso, dice che egli nell’antecedente sera aveva abbozzato un primo allegro di una sonata per violino solo, e che avea piacere che lui l’avesse esaminato; nel dir così, cava di sacca la carta e gliela presenta. Mazzanti, dopo averla per qualche tempo esaminata, gliela restituisce dicendogli:
«Bravo, signor Barbella: avete fatto un bel solfeggio.»
Barbella resta di stucco, indi gli risponde:
«Don Ferdinà, tu pazzie? Comme sta sonata è solfeggio?» «Solfeggio sì» risponde Mazzanti; e ’l Barbella:
«E lo cante tu?» Replica Mazzanti:
«Oh bella! Che v’ha di raro qui? Scommetti un’oncia?»
«Vada» dice Barbella. Qui Mazzanti si alza e va al cembalo. Barbella vuol cavare il violino, Mazzanti:
«No, no, signor Barbella. Ho da cantar io colla voce, non ho bisogno di strumenti.»
E qui si mette nel tuono, comincia l’allegro con brio e giunge alla metà. Barbella cambia di colore, e trasportato dalla stizza, toglie la carta d’innanzi al musico per strapparla. Mazzanti ridendo grida: «Ah, pazzo, che fai?», e gli guadagna la carta soggiungendo:
«A che ti adiri tu? Forse ho maltrattata, o posta in berlina la tua composizione? Gnornò.»
«E s’ha da dì, che Barbella ha fatta na sonata de violino che l’ha potuta cantà no museco?»
«Anzi questo appunto è il suo miglior pregio.» 
«Non sai ciò che tu ti dica.»
«Contentati pure, che io abbia potuto cantarla, e ciò sarà una bella pruova della sua perfezione; ma non troverai un altro Mazzanti che si metta a tale impegno.»
Qui vennero gli altri soci del congresso accademico e si discorse del fatto del concerto. Mazzanti mostrò la sua bravura terminandolo di cantare, con istupore insieme ed applauso di tutti. Ma non si fé menzione alcuna della scommessa, esigendo solo il Mazzanti dal
Barbella una copia della composizione, dopo averla terminata.”
 
Giuseppe Sigismondo, Apoteosi della musica nel regno di Napoli, edito da Claudio Bacciagaluppi, Giulia Giovani e Raffaele Mellace
Introduzione di Rosa Cafiero.